Le prime fotografie della storia

(scroll down for English version)

“… una scoperta che potrebbe dare un contributo così grande al progresso dell’arte e della scienza”   François Jean Dominique Arago

Le proprietà della luce erano note sin dal Medioevo, eppure è soltanto nei primi anni del XIX secolo che iniziano a prendere forma le prime fotografie, grazie a tre autori e tre differenti scoperte metodologiche realizzate in Francia e Gran Bretagna.

La prima scoperta, dalla quale scaturì quella che è considerata la prima fotografia della storia, risale al 1826 ed è attribuita all’inventore Francese Joseph Nicéphore Niépce; creatore del “photoresist” e del processo fotografico chiamato “eliografia” (ossia “disegnare con il sole”). Utilizzando una gelatina fotosensibile (il bitume di giudea), ed una mistura di olii come solvente per fissare l’immagine, attraverso un lungo tempo di esposizione (circa 8 ore per la prima foto, motivo per cui gli edifici appaiono illuminati dal sole sia da destra che da sinistra) il procedimento consentiva di ottenere, su una lastra di vetro o metallo, un’immagine positiva permanente in bianco e nero; sebbene solo vagamente definita nei dettagli e non riproducibile in copie multiple. L’originale della prima fotografia della storia, intitolata “Vista dalla finestra a Le Gras”, è oggi esposta all’Harry Ransom Center dell’Università del Texas, ad Austin, ma è piuttosto curioso il fatto che, in tutti i testi storiografici, l’immagine che appare come “la prima fotografia esistita” sia, in realtà, una riproduzione ad acquerelli realizzata da Helmut Erich Robert Kuno Gernsheim intorno al 1952; senza neanche il confronto con l’originale. Fino agli inizi del XX sec., poi, era sopravvissuta anche la seconda fotografia della storiauna natura morta di una tavola apparecchiata realizzata nel 1827 sempre da Niépce, ma l’originale su vetro si presume sia andato accidentalmente distrutto; benché ne resti oggi una riproduzione a stampa del tardo XIX sec. Di seguito è possibile vedere queste prime fotografie:

View_from_the_Window_at_Le_Gras,_Joseph_Nicéphore_Niépce - FotoArteStile
“Vista dalla finestra a Le Gras”, meglio nota come “View from the Window at Le Gras” (titolo originale “Vue de la fenêtre du domaine du Gras”, di Nicéphore Niépce, Saint-Loup-de-Varennes, Saône-et-Loire, Bourgogne, France, 1826), riproduzione realizzata dallo storico della fotografia, fotografo e collezionista Helmut Gernsheim nel 1952 circa.
View_from_the_Window_at_Le_Gras,_by_Joseph_Nicephore_Niepce,_1826_or_1827,_France_-_Harry_Ransom_Center_-_University_of_Texas_at_Austin_-_DSC08424 - FotoArteStile
La fotografia originale di Niépce del 1826, nella teca d’esposizione all’Harry Ransom Center nel 2004. La visibilità dell’immagine dipende dal punto di vista, ma grazie alla rappresentazione di Gernsheim è possibile intravedere le sagome dei principali elementi della scena.
Niepce_table- tavola-apparecchiata-still-life-eliografia
“Tavola apparecchiata” (eliografia di Nicéphore Niépce ottenuta con una lastra di vetro ricoperta di bitume di Giudea, realizzata nel 1827), riproduzione a stampa del tardo XIX sec.

La seconda scoperta, che grazie all’intervento di François Jean Dominique Arago (scienziato di spicco negli ambienti scientifici e governativi francesi) verrà premiata dal governo francese con il riconoscimento di un vitalizio per meriti artistici al suo autore, risale al 1837 ed è ascrivibile all’artista, fisico e chimico Francese Louise-Jaques-Mandé Daguerre; il padre del “Dagherrotipo”. Una metodologia che consentiva di ottenere, su una sottile e delicata lastra di rame argentato resa fotosensibile grazie allo ioduro d’argento, un’immagine positiva latente in grado di produrre, in monocromatico, delle sfumature e dei particolari sorprendenti. “Uno specchio dotato di memoria”, è così che la definì il medico, insegnante e scrittore statunitense Oliver Wendell Holmes nel suo saggio “Sun-Painting and Sun-Sculpture”; una definizione che ben si addice al dagherrotipo e che lo accompagnerà nel tempo. Sebbene, poi, l’immagine ottenuta risultasse fragile e non riproducibile in copie multiplela dagherrotipia fu comunque un metodo rivoluzionario, il primo ad essere commercializzato ed ampiamente apprezzato con ben 30 mln di lastre prodotte in tutto il mondo fino al 1860; nonché fonte di ispirazione per ulteriori esperimenti nel campo. Ad oggi risultano sopravvissuti pochi degli originali ripresi da Daguerre, ma un piccolo vanto Italiano è la presenza, all’interno della “Biblioteca comunale di Imola”, di un dagherrotipo del 1839 unico per rarità e pregio recante la firma di Alphonse Giroux (il cognato dell’inventore Daguerre), donatole nel 1843 dalla cantante lirica e valente pittrice imolese Anna Fanti assieme alla seconda edizione del famoso manuale di Daguerre «Historique et description des procédés daguerréotype et du Diorama»; illustrante il procedimento dagherrotipico. E’ un onore per l’Italia visto che, ad oggi, restano solo 12 dagherrotipi firmati da GirouxDi seguito è possibile vedere alcuni dei primi dagherrotipi (cliccare sulla prima immagine per aprire la galleria), e per i più curiosi è, inoltre, possibile fruire on-line di un vasto archivio di dagherrotipi Europei; grazie alla piattaforma Daguerreobase ed alla biblioteca digitale Europeana.

La terza scoperta, che sarà poi alla base della fotografia analogica, risale al 1835 ed è ascrivibile all’eclettico inglese Henry Fox Talbot, pioniere della fotografia Vittoriana e creatore del metodo “negativo/positivo” (anche detto “calotipico”, o “a carta salata”). Tramite l’uso di ioduro d’argento e con un tempo di esposizione di mezz’ora, la calotipia permetteva di ottenere su carta, originariamente tramite delle piccole fotocamere artigianali costruite da Talbot, una piccola immagine negativa (in cui, all’inverso dei metodi precedenti, la luce creava le zone scure mentre le ombre creavano quelle chiare) che, a sua volta, consentiva di riprodurre più copie positive della stessa. Nonostante il potenziale della riproducibilità multipla, la calotipia non riuscì ad attrarre il successo sperato, battuta dal contemporaneo Dagherrotipo sia per il ritardo di Talbot nella presentazione della sua invenzione alla Royal Society, che permise a Daguerre di anticiparlo, sia per una minore nitidezza rispetto al rivale. Tuttavia, la nascente industria della stampa tipografica e dei giornali ne fecero ampio utilizzo, e restano a Talbot i primati di essere riconosciuto come autore indiscusso, rispettivamente: della prima fotografia negativa (risalente al 1835), del primo libro commercializzato con fotografie applicate (“The Pencil of Nature”, pubblicato dal 1844 al 1846) e del processo di “stampa a contatto” (che dopo il 1860 riuscirà a conquistare praticamente tutto il mercato per oltre un secolo). Oggi, la sua casa nel Wiltshire ospita un museo della fotografia, il Fox Talbot Museum” di Lacock, dove tra l’altro vengono conservate gran parte delle sue opere, compresa la sua prima fotografia (“Latticed window”); che risale al 1835 ed illustra una piccola finestra della galleria sud dell’Abbazia di Lacock. Di seguito è possibile vedere alcuni dei calotipi realizzati da Talbot, cliccare sulla prima immagine per aprire la galleria:

In sostanza, è grazie a questi pionieri ed ai loro sforzi che la fotografia ha potuto muovere i suoi primi passi, percorrendo una strada ricca di sfaccettature che l’ha resa, in breve tempo, arte e strumento di documentazione al tempo stesso. Uno strumento molto versatile in grado di guidare, stupire, divertire ed ammaliare, ma anche di far riflettere, rompere e stravolgere, toccando delle corde emozionali in un modo che, probabilmente, nessuno avrebbe mai potuto immaginare prima.

Fonti iconografiche:

Silvia Mirri (Biblioteca comunale di Imola), Riccardo Vlahov (IBC), Ali di argento, Rivista “IBC” XII, 2004, 1, IBC – Istituto per i beni artistici culturali e naturali, Regione Emilia-Romagna

Maurizio Rebuzzini, Latticed Window, William Henry Fox Talbot, 1835, fotographiaonline.com

wikipedia.org e commons.wikimedia.orgVista dalla Finestra a Le Gras;  Niepce table;  The oriel window of Lacock Abbey, Wiltshire, England. The earliest surviving paper negative photograph ;    Louis-Jacques-Mandé Daguerre Künstler.1843 ; Hippolyte Victor Valentin Sebron 1801-1879 ;  Hippolyte_Sebron ;  Boulevard du Temple, Parigi, Terzo arrondissement, Dagherrotipo, Louis Jacques Mandé Daguerre.  The Pencil of Nature ‘The Ladderw -Plate 14   Bust of Patroclus;   The Reading Establishment, A picture taken by William Fox Talbot in 1846;   ‘A View of the Boulevards at Paris’ (1844);    Albero di quercia in inverno, stampa su carta salata, 1842-43, Getty Museum, Los Angeles;

The MET 150 – The Metropolitan Museum of Art, The Pencil of Nature, 1844-46, William Henry Fox Talbot

Altre fonti:

AA.VV., “Enciclopedia pratica per fotografare”, Introduzione di Arturo Carlo Quintavalle, Autori Vari, Fabbri Editori, 1979

AA.VV., “Encyclopedia of Nineteenth-Century Photography”, a cura di John Hannavy, volume 1, A-I, pag. 368

Giulia Agostinelli, Quando la fotografia era una lastra d’argento, MiBACT – news, sala stampa, Redattore: ANGELINA TRAVAGLINI

Tom Ang, “Storia della fotografia – 1, I primi passi della fotografia”, Gruppo Editoriale l’Espresso S.p A., Roma, 2015

M. Susan Barger and William B. White, “The Daguerreotype: Nineteenth-Century Tecnology and Modern Science”, The Johns Hopkins University Press, Baltimore and London, 2000

Timothy Dow Adams, “Light Writing & Life Writing: Photography in Autobiography”, The University of North Carolina Press, Chapel Hill and London, 2000

Istituto Italiano di Fotografia, Henry Fox Talbot – Il pioniere della fotografia, Tesionline – share your knowledge, 03/03/2008

Library of Congress,  The Daguerreotype Medium”

National Trust, Lacock Abbey, Fox Talbot Museum and Village

Daguerreobasehttp://www.daguerreobase.org/it/

Europeana,  https://www.europeana.eu/it

bim (Biblioteca comunale di Imola),  http://bim.comune.imola.bo.it/

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ENGLISH VERSION

The World’s First Photographs Ever Taken

(photographs are visible in the Italian version)

“… this discovery which could contribute so much to the progress of art and science” François Jean Dominique Arago

As a matter of fact, properties of light had been already known since the Middle Ages. However, the first photographs only appeared in the early XIX century; thanks to three different authors and processes coming from France and UK.

The first photograph ever was taken by the French inventor Joseph Nicéphore Niépce in 1826, thanks to his innovative photographic process called “Heliography” (name of Greek derivation that means “drawing with light”). In fact, Niépce managed to obtain a blurry but permanent, unreproducible, black and white, positive image onto a glass or metal plate which had been coated with a light-sensitive material called “bitumen of Judea”, through using a really slow “shutter speed” (of about 8 hours for the first picture, thus obtaining sunlighted both, left-side and right-side of the building) and a mixture of oils as a solvent to fix the image. The original plate of this first photograph, called “View from the Window at Le Gras”, is now permanently exhibited in the Harry Ransom Center of the University of Texas, at Austin. However, it’s quite curious that, as a matter of fact, the foto appearing as “the first of ever” in historiographic books is just a watercolour reproduction that had been realised by the historian of photography, collector and photographer Helmut Erich Robert Kuno Gernsheim, in about 1952, without even a comparison with the original one. Besides, also the second earliest known photo representing a still-life of a set table taken by Niépce in 1827 had been, in fact, survived up to the early 20th century but, unfortunately, the original glass one is presumed to have been accidentally destroyed. However, a late 19th century printed reproduction of it is still available nowadays. You can see both of these important ancient pictures above, in the Italian Version.

Afterward, a new photographic process was officially recognised by French Government in 1837, even rewarding its inventor with a life annuity for artistic achievements thanks to the French mathematician, physicist, astronomer and politician François Jean Dominique Arago. We are talking about the “Daguerreotype”, created by the French artist, physicist and chemist Louise-Jaques-Mandé Daguerre. Using silver iodide on silver-plated copper, this innovative method allowed Daguerre to produce a latent, monochrome, positive image with surprising shades and details, later on defined properly as a “mirror with a memory” by the US doctor, teacher and writer Oliver Wendell Holmes in his essay called “Sun-Painting and Sun-Sculpture”. Notwithstanding its being fragile and unreproducible in multiple copies, daguerreotype was such a revolution that over 30 mln plates would have been produced up to 1860’s; thus being universally appreciated as well as inspiring for many artists all over the world. Nowadays, only a few of the Daguerre’s original plates have been survived, and it’s really interesting that one of the first and rare original daguerreotypes of Alphonse Giroux (the brother-in-law of Daguerre), dating back to 1839 with clear signature and stamp of Giroux on the plate, is now conserved in the Public Library of Imola. It was given by the imolese opera singer and paintress Anna Fanti in 1843, together with the second edition of the famous Daguerre’s manual «Historique et description des procédés daguerréotype et du Diorama»; explaining the daguerreotype process. It’s a real badge of honour for Italy, as only 12 original Giroux’s daguerreotypes seems to be still intact nowdays. Some of the first daguerreotypes are showed above, in the Italian version, and you can see on-line many other European daguerreotypes too; thanks to “Daguerreobase” or by the on-line digital library of the UE Cultural Heritage “Europeana”.

In the meanwhile, another photographic method was being developed in UK. In fact, in 1835, the British, polymath and pioneer of Victorian photography Henry Fox Talbot invented the “negative/positive” method (also called “Calotype”); a process which would have been soon the basis of the analog photography. Using together silver iodide (as a light-sensitive material), paper, little hand-crafted cameras and a slow “shutter speed” (thus exposing paper for about thirty minutes), that innovative process made it possible to obtain, for the first time ever, a little negative image (where lighted areas became dark while shadows turned out bright) characterised by its being reproducible in more positive paper copies. Nevertheless, calotype wouldn’t have gained a strong commercial success, first and foremost because Talbot was late in presenting his invention to the Royal Society; thus being preempted by Daguerre. Besides, calotypes were quite blurry if compared with daguerreotypes; therefore being less appreciated by the public. However, the emerging printing-press and newspaper industries really valued that new method and, nowadays, Talbot is fully recognised as the undisputed author of three important achievements; thus leaving his mark on history. Firstly, he was the author of the first photographic negative (1835). Secondly, he wrote and commercialised the first illustrated book with applied photos inside (“The Pencil of Nature”, 1844-1846). Thirdly, he invented the photographic process called “contact sheet” (which would have led the market for more than 100 years since 1860s). Nowadays, the Fox Talbot Museum at Lacock in Whiltshire, once home to Talbot, in fact explores the history of Photography, including lots of his works and the earliest surviving photographic negative he took in 1835; representing a small window in the Lacock Abbey’s South Gallery. Some of the Talbot’s calotypes are showed above, in the Italian version.

All things considered, I think that all of these pioneers deserve a big thanks, undoubtedly. As a matter of fact, without their efforts, Photography wouldn’t have realised all those little but precious achievements that have lead it to be such an important and versatile instrument up to now, being in fact able to guide, surprise, amuse and charm, as well as break or shake, whatever the field is from the Arts to documentation, thus stricking so deeply our emotional chords as, probably, we could have never imagined before.

Sources and Photographs: please, see Italian version.

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